Le pareti del Con/Temporary Space di via Santa Teresa 10 a Torino tornano a vibrare con “Women in Art”, una mostra collettiva internazionale con forte risonanza che esplora il femminile oltre gli stereotipi. Il percorso espositivo si configura come una mappatura geografica ed emotiva in cui la figura della donna si spoglia di ogni canone imposto per farsi territorio di metamorfosi, resistenza e pura potenza alchemica.

Dall’ecofemminismo alla denuncia politica, gli artisti in mostra orchestrano un coro polifonico che usa il corpo non come oggetto di contemplazione, ma come soggetto politico, psicologico e spirituale.

 

Il manifesto visivo di questa rivoluzione espressiva è affidato a MARA, autrice dell’opera in copertina. Graphic designer di formazione, MARA utilizza l’olio su grandi tele e colori vibranti per dare vita a un potente omaggio alla donna slava, storicamente costretta a secoli di sottomissione e qui finalmente emancipata attraverso una sfrontata liberazione sensuale. Dipinti a pennello e stesi con le mani, i corpi nudi delle sue eroine perdono realismo per farsi archetipi universali e senza tempo, privi di abiti che li leghino a un’epoca. Sono figure impersonali dagli occhi chiusi, rivolti verso l’interno, sospese tra sogno e realtà; spiriti della foresta che, come gli animali e la natura stessa, non hanno nulla da nascondere o di cui vergognarsi. Con la sua tecnica tattile e immersiva, MARA squarcia le norme patriarcali per consegnarci un presente fugace fatto di pura empatia, gioia e sensualità.

 

Il corpo ecologico e lo spazio dell’intimità

La regista e artista visiva olandese Sonyamoria, con il suo trittico fotografico “Dream of Gaia” ci porta un manifesto ecofemminista in cui la silhouette femminile si dissolve nel ritmo verticale di una foresta. Non c’è separazione tra l’umano e la natura, il corpo diventa texture, ombra e luce, evocando un ritorno istintivo a una femminilità primordiale, ciclica e radicalmente connessa all’ecosistema vivente.

A questa fusione organica risponde l’astrazione lirica di Rita Gilberto. Nelle sue opere, la figura femminile viene sottratta alla cronaca lineare e consegnata a un aeternum emotivo. Attraverso passaggi tonali impercettibili e campiture ampie, quasi monocrome, Rita costruisce un vero e proprio archivio sentimentale della memoria, dove la luce diffusa trasforma la carne in materia spirituale e senza tempo.

Il viaggio nei territori sommersi della psiche prosegue con l’artista russa Peonia (Alyona Kosareva), torinese d’adozione, che focalizza la sua ricerca sulla complessità dell’anima femminile, traducendo in pittura quei sentimenti oscuri e imprevedibili che sfuggono a uno sguardo superficiale. Una ricerca astratta dell’io che trova un corrispettivo formale nei lavori di Moje Shirzad: l’architetta e artista persiana proietta sulle sue figure femminili la complessa sintesi tra il rigore geometrico del suo background e l’urgenza di esplorare identità e resilienza all’interno di un contesto d’origine fortemente religioso e repressivo.

 

La scomposizione del canone: tra psicologia e grottesco

Di forte impatto sono le opere di Alice Cionna, illustratrice e psicologa in formazione. In “Out of Line”, una figura in filo di ferro si staglia su uno sfondo materico color rosa carne e ocra, simbolo della pelle come membrana osmotica tra interno ed esterno; le linee aperte del ferro spezzano i confini tradizionali, invitando a “uscire dai binari” dei ruoli predefiniti. Ancora più radicale è “NOT A MANNEQUIN”, dove un manichino disarticolato distrugge l’idea del corpo-oggetto asettico. La scritta di protesta “not a mannequin fk”, erosa dalla carta vetrata, resiste alla cancellazione del tempo come un graffito urbano, rivendicando un’identità frammentata ma autentica.

A questa scomposizione politica del corpo risponde la grafica intima e dirompente di Nourhan Aljoundy. Farmacista e artista siriana (attualmente studentessa all’Accademia di Belle Arti di Milano), Nourhan affronta con una serie di illustrazioni un tabù medico e psicologico ancora troppo taciuto: il vaginismo. Sfruttando un linguaggio visivo fortemente minimalista — cifra stilistica scelta intenzionalmente per rispettare la riservatezza e la sacralità della sfera intima — l’artista squarcia il velo sul disagio e sulla sofferenza vissuta dalle donne, in particolare nel contesto mediorientale. Il segno grafico, essenziale e delicato, diventa così uno strumento di denuncia e di emancipazione, capace di dare voce a un dolore silenzioso per trasformarlo in consapevolezza condivisa.

L’irriverenza e il gioco ironico trovano invece spazio nelle opere di Valentina Argirò. In “Vortex”, l’artista usa il magnetismo della rosa centrale come metafora visiva dell’amore per se stesse, un movimento circolare che attrae come un fiore fa con le api. Al contrario, “Hangins boobs, flying feet” affronta con ironia dissacrante il rapporto nevrotico con il proprio corpo: un essere quasi mostruoso blocca con le braccia la danza di molteplici seni (simbolo delle infinite insicurezze femminili), mentre i piedi si staccano da terra mutando in farfalle, chiaro inno al viaggio e alla libertà di esplorazione.

Questa energia sensuale e performativa si sublima nell’opera di Anita Luna (Anita Giovannini). Attrice e performer eclettica, traspone sulla tela la sua ricerca teatrale e circense con “The GO(l)DD(r)ESS in me”. Attraverso l’applicazione dell’oro, inteso come energia spirituale e forza alchemica, Luna trasforma l’erotismo in un rituale di autoguarigione, dove la donna si riveste della propria natura divina e grottesca.

 

Resistenza storica e infiniti cicli di vita

Il colore si fa carne e lotta politica nella tela “Gelsominaie” di Ilary Tiralongo. La pittrice e poetessa siciliana recupera una pagina fondamentale della memoria collettiva, il lavoro notturno di donne e bambine nelle campagne di Milazzo fino a metà del Novecento. L’opera celebra le prime storiche rivolte per la parità salariale degli anni Quaranta; qui i corpi delle lavoratrici si moltiplicano, fondendosi con la terra in un’esplosione cromatica che trasforma la tela in un atto di resistenza sindacale e umana.

L’archetipo della donna-strega viene invece riabilitato da Giada Castagna. Nei suoi acrilici su resina, giovani donne si muovono accanto ad animali e demoni alla ricerca della vera essenza dell’Io. La sua opera “Anche le streghe hanno un cuore” risuona come un’assoluzione poetica, riassunta nei versi di Annamaria Fanucchi: un elogio della colpa di essere state semplicemente se stesse.

La riflessione universale sulla vita si compie nell’opera monumentale della francese Cornet Marie-Elisabeth, “Ici, tout est encore possible”. Due donne sostengono un utero trionfante, centro gravitazionale attorno al quale ruota l’intero ciclo dell’esistenza umana. Il dipinto mette in scena il paradosso del genere umano: l’uomo nasce dal grembo, gioca, cresce e, diventato adulto, si trasforma in soldato per massacrare i propri fratelli. Il viaggio termina nel sangue della vecchiaia, davanti a un bagno specchiante in cui il bambino del passato chiede la ragione di tanto orrore. L’utero resta lì, monito e speranza, dove tutto è ancora possibile: anche inventare un mondo senza guerre.

 

La psiche organica e l’illustrazione simbolica

Il percorso si chiude con il trittico pittorico di Iya Voinich, illustratrice per l’infanzia che applica la sua sensibilità psicologica alle tele personali. In “Germinazione”, “Ciò che non si vede” e “Sospensione”, lo sguardo femminile emerge da un sottobosco di funghi e fiori che crescono come pensieri sommersi e intuizioni fertili. Le figure di Voinich tengono gli occhi chiusi o bende protettive: non cercano l’approvazione del mondo esterno, ma scendono all’interno di sé, lasciando che la natura sia l’estensione della psiche. È un elogio della crescita caotica, in cui la conoscenza non nasce dal controllo, ma dall’ascolto profondo del corpo.

 

Perché visitare “Women in Art”? Questa mostra dimostra che il “femminile” non è un genere, ma un metodo di lettura del mondo. Attraverso lo sguardo di artisti internazionali, il Con/Temporary Space diventa un incubatore di riflessioni urgenti e necessarie. Una mostra che toglie i veli e le bende per restituirci la forza primordiale dell’arte.

 

Info utili: 

📍 Con/Temporary Space – Via Santa Teresa 10, Torino
🗓 Dal 16 al 22 Maggio
🌐 www.arteaporte.com

Articolo di
Monica Soldano