Dal 2 all’8 maggio, le pareti storiche del Con/Temporary Space di via Santa Teresa 10 a Torino si trasformano in un organismo vivo. La mostra collettiva “Textile Art” non è solo un’esposizione di manufatti, ma un’indagine profonda sulla relazione tra materia e immaginazione, dove il filo smette di essere strumento funzionale per farsi linguaggio, memoria e resistenza.
La poetica della trama tra rito e sperimentazione
L’arte tessile, storicamente relegata all’ambito domestico o artigianale, rivendica qui la sua natura di concetto spaziale. Come suggerito dall’incipit della mostra, l’opera tessile evoca identità e narrazioni contemporanee attraverso una sperimentazione che gioca con texture, patchwork e fibre alternative. È un ritorno all’istinto tattile che invita non solo a guardare, ma a sentire la densità del tempo impresso in ogni intreccio.
Le voci della fibra in un percorso collettivo
Il percorso espositivo si apre con la potenza ancestrale di Nina Torinese. Le sue opere “Demoniache” (dal greco daímon, spirito divino) operano una decolonizzazione semantica del femminile. Attraverso l’uso di tessuti riciclati, l’artista esplora l’ambivalenza tra il “dare la vita” e la mostruosità percepita dalla misoginia, trasformando l’arte manuale in un’energia selvaggia, caotica e trasformativa.
Il tema della memoria domestica prosegue con Chiara Silvano. Le sue tele, nate nel silenzio del lockdown, sono frammenti di un “Giardino in una stanza”. Utilizzando scampoli ereditati dalla nonna, Chiara ricuce lo strappo tra interno ed esterno, trasformando il limite delle mura domestiche in una soglia fiorita di stoffe, dove il tessuto si fa custode di storie silenziose.
La responsabilità ecologica trova voce nelle stratificazioni di Maria Donata Bitondo. In “Laudato sii” e “Strato attivo”, lo scarto tessile e i materiali ferrosi vengono nobilitati. La frammentarietà non è celata, ma accolta: la materia, come l’essere umano, possiede una resilienza intrinseca, capace di mutare e rinascere attraverso il gesto della cura.
L’astrazione si fa invece parola con Giovanni Picco e Luciana Righetti. Picco, con la sua “Tovaglia Basaglia”, utilizza il punto manuale come pratica spirituale e politica. Inventando la lingua artificiale Guali Mangio, l’artista denuncia l’orrore manicomiale, restituendo dignità alla figura del matto attraverso un paradosso tessile che annulla la tradizione. Righetti, d’altra parte, fonde la calligrafia alla tessitura zen su telaio verticale. In “KCUF”, il testo diventa inestricabile, non si legge più con la mente ma con l’emozione, in un tempo narrativo che si dilata filo dopo filo.
L’eleganza tecnica incontra la natura nel lavoro di Malou Lancery, che porta l’esperienza dell’alta moda parigina nella ricerca artistica. Utilizzando carta da aquiloni e ricamo Sashiko, racconta in “Fragments du sentiment” i flussi invisibili tra uomo e ambiente, simili a miceli che connettono continenti emotivi.
Il rigore cromatico è protagonista nelle opere di Marzia Marusca. Il suo “Lion” e i cavalli di “Sottosopra” sfidano la bidimensionalità: l’uso di colori complementari e l’inserimento di perline e fibre in rilievo creano tensioni ottiche che trasformano il tessuto in un intervento installativo, sospeso tra fiaba e struttura formale.
Infine, il dolore si fa denuncia nel bianco candido di Manjola Shehu. Partendo dal trauma della “prova della verginità” nella cultura albanese, Manjola ricama parole-pietra su lenzuola antiche. Il ricamo in lingua madre diventa un atto di rottura contro la violenza che usa il corpo femminile come trofeo, trasformando il dolore in un urlo tessile di liberazione.
La dimensione del corpo come territorio di indagine e battaglia emerge con prepotenza nel lavoro di Jane. In “L’ARMA”, la studentessa dell’Accademia di Bologna trasfigura l’esperienza biografica del trapianto di rene in un’architettura simbolica. La composizione, che richiama la forma di un fucile, utilizza la tessitura Kilim per rivestire il rene trapiantato: un inserto di “riparazione” che brilla di arancione e rosso, contrastando con i toni spenti del “guasto” biologico. L’opera diventa così un potente feticcio di sopravvivenza, dove la lana e la cartapesta sanciscono il legame vitale tra padre e figlia.
Dalla Svizzera, Elena Baud nata in Russia, porta in mostra una ricerca che eleva il ricamo a evento scultoreo ed entropico. Le sue opere sono sistemi vibranti in cui la precisione millimetrica del punto si scontra con esplosioni di fili sfrangiati. Elena ridefinisce la natura morta attraverso una lente quasi quantistica: i suoi fili si comportano come stringhe di energia che generano connessioni invisibili e dimensioni parallele. La materia tessile qui non decora, ma accade oscillando tra la costruzione architettonica e il decadimento organico in una tavolozza di ocra e rossi terrosi.
Il dialogo con le grandi madri dell’arte tessile, da Maria Lai a Louise Bourgeois, risuona invece nelle opere di Maria Rosa Serra (MARS). In “Ogni filo traMe”, l’artista sarda trasforma stoffe recuperate in un paesaggio tridimensionale della memoria. Al centro della composizione emerge un volto muliebre, centro di gravità di una rete di vene e radici filiformi. Ogni nodo e ogni tensione del tessuto sono cicatrici e legami, un tentativo di ricomposizione dell’identità femminile che trasforma la fragilità in una trama di resistenza collettiva.
L’esperienza si conclude con la matericità vibrante di Roberta Rusconi, le cui opere in lana sarda grezza sono organismi vivi, frange che disegnano paesaggi primordiali e invitano irrimediabilmente al tocco.
Lo Spazio Ipogeo: rito e comunità
Al piano inferiore, l’atmosfera muta verso la dimensione corale. Tessuto Connettivo © di Barbara Mugnai presenta “Lo Stendardo della Passiùn”: sei metri di velluto rosso che ospitano 90 ex voto contemporanei. È un rito laico di gratitudine, un’opera partecipativa dove il pubblico ha affidato desideri e speranze a piccoli cuori sacri.
Accanto, l’installazione collettiva “Firmamenti emotivi” chiude il cerchio: teli nati da workshop in cui ogni partecipante ha “ricucito il proprio firmamento”. È il trionfo della Teresa la sarta, colei che voleva ricucire il cielo. Qui la Textile Art si rivela per ciò che è realmente: un linguaggio universale e antico che parla la lingua dei nostri antenati per curare le ferite del presente.
Perché visitarla? “Textile Art” non è una mostra da osservare distrattamente. È un invito a riscoprire la lentezza del fare, la nobiltà dello scarto e la potenza del filo come legame sociale. In un mondo sempre più digitalizzato e smaterializzato, queste opere ci ricordano che siamo, prima di tutto, esseri fatti di intrecci, memorie e contatti.
Info utili:
📍 Con/Temporary Space – Via Santa Teresa 10, Torino
🗓 Dal 2 all’8 Maggio 2026
🌐 www.arteaporte.com
Articolo di
Monica Soldano









