Le pareti storiche del Con/Temporary Space di via Santa Teresa 10 a Torino tornano a farsi custodi di una metamorfosi visiva con la mostra collettiva “CYANOTYPE”. Nata nel XIX secolo come processo fotografico alternativo, il fascino della cianotipia risiede nella sua radicale capacità di trasformare l’interazione tra luce, tempo e materia in immagini dall’iconico, profondo blu di Prussia. Questa rassegna invita a esplorare una pratica antica che oggi attraversa e scardina i confini tra fotografia cameraless, disegno, editoria e installazione tridimensionale, muovendosi tra rigorosa fedeltà filologica e ibridazioni contemporanee.
L’esposizione dimostra come una tecnica nata per la catalogazione scientifica possa tramutarsi in un raffinato e poetico espediente concettuale per indagare la memoria, il mutamento e la fragilità dell’esperienza umana.
La luce che trasfigura: il manifesto e l’astrazione pura
L’apertura visiva dell’esposizione è affidata a Kate Getko, autrice dell’opera presente sulla locandina. La sua ricerca multidisciplinare sperimenta con le ombre per ridefinire forme familiari in realtà alternative. Con “Metamorphoses”, Getko sfuma i confini tra lo spazio fisico bidimensionale e l’illusione ottica, inserendo elementi tridimensionali nel processo chimico. L’opera si configura come una riflessione sul dolore dell’evoluzione personale, un invito ad accettare il cambiamento inevitabile anziché opporvi resistenza.
A una purezza quasi spirituale della tecnica risponde la rigorosa indagine di Rita Mungiardi. La sua pratica rifiuta fermamente qualsiasi mediazione digitale o fotocamera, inseguendo l’unicità assoluta della stesura manuale. In “Riverenza”, Rita stende il blu con pennellate dense e graffianti, creando un velo d’acqua verticale che scherma una figura fluttuante, un fantasma di luce colto in un sacro inchino. L’opera “Peperoncini piccanti” unisce la cianotipia all’antotipia ottocentesca, accendendo il fondo monocromo con caldi tocchi ambrati e sfumature terra che sollevano i frutti da terra, mentre “Rami nella rete” intrappola l’energia cinetica di ramoscelli mossi dal vento, trasformando la natura morta botanica in un vibrante campo di tensione astratta.
Memoria frammentata e archivi dell’anima
Il dialogo tra storia, pixel ed estetica artigianale trova una straordinaria sintesi formale nel lavoro di Hanna Plotnikava. Mosaicista e storica dell’arte, Hanna fonde l’estetica della posa del mosaico con il tessuto in “Cruciverba (Libro d’arte tessile)”. La copertina si dipana descrivendo una croce monumentale dove ricami, parole e impronte chimiche si alternano come pixel di un mosaico. È una rappresentazione cruda e poetica della memoria intesa come un cruciverba o un Tetris in cui i ricordi appaiono, si cancellano e si riconfigurano.
Il senso di sradicamento e fluidità esistenziale pernea invece “Portraits of displacement” di Anna Markevich. Attraverso composizioni tattili che uniscono cianotipia, acquerello e ceramica, l’artista russa di base a Madrid modella silhouette umane partendo da un accurato arrangiamento di foglie. Il corpo diventa così un frammento botanico e geografico, specchio perfetto della natura instabile dell’uomo contemporaneo.
La dimensione del paesaggio collettivo e della perdita viene indagata dal collettivo di architette del paesaggio Emma Franco, Marta Portigliati e Lorenza Ferrari. La loro opera su organza, “Une ombre bleue devient une relique”, utilizza il tessuto come un filtro sensibile in grado di generare “copie infedeli” della realtà. Le ombre catturate sulla trasparenza della seta diventano reliquie laiche, tracce di spazi ed elementi vegetali andati perduti nel tempo che continuano a vivere sotto forma di impronte azzurre.
La dichiarazione del sé: politica, scienza e terapia
L’esposizione tocca vertici di intensa commozione con il progetto “Alla Luce” di Francesco Indrizzi. Il graphic designer e stampatore d’arte fonde la disciplina visiva digitale con le tecniche tradizionali dell’acquaforte per celebrare la propria unione civile. L’opera esposta raccoglie venti frammenti cartacei estratti da tre mastodontici mosaici fotosensibili, i cui tasselli originari sono stati donati agli invitati al matrimonio. La luce solare si fa testimone politico del legame: un amore vissuto e dichiarato apertamente, senza più alcuna zona d’ombra da nascondere.
Dall’unione tra rigore scientifico e archeologia ottica nasce “Crystal Fern Herbarium” di Vera Gonçalves. Biologa con un dottorato in Etologia, l’artista portoghese si ispira alle lanterne magiche dell’Ottocento per dare vita a un’installazione composta da due cubi di vetro rivestiti di cianotipie. Le felci, impresse in tonalità cobalto, fluttuano sulla superficie trasparente oscillando tra il catalogo di storia naturale, l’archivio immaginario e la pura proiezione luminosa.
Approfondiamo anche il potere terapeutico dell’upcycling firmato ESHANA (Elisabetta Panero). In “Obsession”, la designer recupera la dimensione manuale per dare forma a un profondo bisogno psicologico di riconciliazione con l’ambiente. Una figura femminile a occhi chiusi si abbandona fiduciosa all’esterno, mentre una mano maschile emerge dal fondo materico per accarezzarne il volto. Questa antropomorfizzazione della natura trasforma l’iniziale grigiore circostante in un atto di pura accoglienza, convalidando l’individuo come parte integrante e vitale dell’ecosistema relazionale.
Perché visitarla? “CYANOTYPE” dimostra come la fotografia primordiale possa essere uno dei linguaggi più flessibili e rivoluzionari della contemporaneità. Muovendosi tra la carta, il vetro, il tessuto e l’editoria d’arte, la mostra ci ricorda che l’intensità del sole e l’imprevedibilità del tempo sono i veri co-autori dell’opera, capaci di restituirci la magia dell’apparizione visiva.
Info utili:
📍Con/Temporary Space – Via Santa Teresa 10, Torino
🗓 Dal 3 al 9 Luglio 2026
Articolo di
Monica Soldano

