Arteaporté ha avuto il piacere di intervistare l’artista per approfondire il suo percorso e la sua visione dell’arte.


Per me l’arte è un territorio di verità. È lo spazio in cui posso indagare ciò che normalmente rimane nascosto: le tensioni interiori, la fragilità, il desiderio di trasformazione. Non cerco semplicemente di creare immagini, ma di costruire superfici emotive in cui l’osservatore possa riconoscere qualcosa di sé.
Come e quando ti sei avvicinata all’arte?
Il mio rapporto con l’arte non è stato una scelta razionale, ma una necessità. Fin da molto giovane ho sentito il bisogno di tradurre emozioni e intuizioni in forma visiva. Col tempo questo impulso si è trasformato in una ricerca più consapevole: non solo rappresentare, ma interrogare l’immagine e il significato che porta con sé.
Qual è la tua maggiore fonte di ispirazione?
La mia principale fonte di ispirazione è l’essere umano. Mi interessa la sua vulnerabilità, la tensione tra ciò che mostriamo e ciò che cerchiamo di nascondere. Spesso lavoro su questa sottile linea tra identità e maschera, tra forza apparente e fragilità interiore.
I riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato nel corso del tempo?
Sono attratta dagli artisti che hanno esplorato il corpo e il volto come territori emotivi e psicologici. Mi interessano molto le opere che mettono in discussione la percezione della bellezza e che mostrano l’inquietudine come parte integrante dell’esperienza umana. Anche il cinema e la fotografia hanno influenzato profondamente il mio modo di costruire le immagini.
Quali emozioni speri di suscitare negli osservatori delle tue opere?
C’è un messaggio particolare che cerchi di comunicare attraverso le tue opere?
Le mie opere parlano spesso di fragilità e trasformazione. Viviamo in un mondo che cerca continuamente di nascondere le imperfezioni, mentre io sono interessata proprio a quelle crepe. È lì che emerge qualcosa di autentico.
Qual è il ruolo dell’imperfezione nella tua arte?
L’imperfezione è una componente essenziale del mio linguaggio. Non la considero un difetto ma una forma di verità. Le superfici troppo perfette sono mute; le imperfezioni invece raccontano un processo, una tensione, una storia.
