Romana, classe 1986, Serena Rossi vive e respira fotografia da sempre. Cresciuta con la macchina fotografica in mano, si è formata all’istituto d’arte di Napoli e poi si è laureata in comunicazione visiva all’ISD della stessa città. La sua passione l’ha portata a farsi notare nel mondo dei ritratti e degli eventi, fino a partecipare a progetti prestigiosi come “Incontri d’autore” del FIOF e a ricevere il titolo di miglior fotografa di matrimonio italiana. Il suo lavoro è apparso su riviste come Vogue ed Elle, confermandola come una delle fotografe più interessanti del panorama contemporaneo.

Arteaporté ha avuto il piacere di intervistare l’artista per approfondire il suo percorso e la sua visione dell’arte.

Cosa rappresenta l’arte per te?

Per me l’arte è una forma di cura.

È profondamente legata al nostro benessere psicofisico, una sorta di medicina naturale capace di agire in modo silenzioso ma profondo.

Guardare un dipinto di Monet, un paesaggio o un’immagine armonica riduce lo stress, favorisce la calma e apre uno spazio di ascolto interiore. L’arte diventa uno specchio: riflette emozioni profonde, anche quelle che facciamo fatica a nominare, e ci aiuta a elaborare esperienze complesse.

L’arte diventa così uno specchio sensibile: riflette ciò che spesso resta invisibile, emozioni profonde, stati d’animo, passaggi interiori difficili da nominare.

Per me è un’esperienza immersiva, un luogo in cui ci si può perdere e ritrovare, dove l’osservazione diventa lenta, intima, quasi meditativa.

Come e quando ti sei avvicinata all’arte?

Il mio avvicinamento all’arte è avvenuto molto presto, quasi in modo naturale.

Fin dai primi anni di vita, intorno ai quattro o cinque anni, sentivo una forte attrazione per le forme, i colori e la possibilità di creare. A otto o nove anni ho avuto tra le mani la mia prima macchina fotografica: una reflex analogica di mia madre. Da lì è iniziato tutto.

Parallelamente alla fotografia, ho sempre esplorato molteplici linguaggi creativi: il disegno, gli acquerelli, ma anche le performance. Creare non era solo esprimersi, ma anche immaginare, costruire, dare una struttura a un’idea.

Questa attitudine progettuale è diventata parte integrante del mio lavoro artistico e fotografico, unendo istinto e visione.

Col tempo ho compreso che creare, per me, significa entrare in relazione profonda con ciò che mi circonda, fino a sentirmi parte del processo stesso di trasformazione dell’immagine.

 

Qual è la tua maggiore fonte di ispirazione?

La mia principale fonte di ispirazione è la natura, in tutte le sue forme.
Non la osservo mai come qualcosa di esterno: il mio lavoro nasce dal desiderio di entrarvi in relazione, di fondermi con essa, fino a diventare parte del paesaggio che fotografo.

Mi affascinano i suoi elementi più semplici — un albero, una foglia, una radice — e le strutture che si ripetono e si trasformano. In natura nulla è casuale: esiste un progetto invisibile, un ordine organico che sento profondamente vicino anche al corpo umano.

La figura umana, soprattutto nel ritratto, è per me il naturale prolungamento del paesaggio.
Nel volto, nel gesto, nella postura riconosco la stessa energia vitale che attraversa la terra, l’acqua, le piante. Nelle mie opere cerco proprio questo stato di fusione: il momento in cui l’essere umano smette di essere separato dalla natura e diventa un tutt’uno con essa, in una condizione di metamorfosi e presenza assoluta.

 

I riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato nel corso del tempo?

Pur lavorando principalmente con la fotografia, il mio immaginario nasce da riferimenti pittorici forti.

L’Impressionismo è stato fondamentale per il mio modo di intendere la luce, il colore e l’atmosfera: Monet, in particolare, mi ha insegnato che non esiste una sola realtà, ma infinite percezioni dello stesso istante.

Allo stesso tempo, Caravaggio ha avuto un’influenza decisiva sul mio rapporto con luci e ombre. Il suo uso del chiaroscuro, così emotivo e teatrale, mi ha insegnato che la luce non serve solo a mostrare, ma anche a rivelare l’interiorità.

La mia fotografia nasce proprio dall’incontro tra questi due mondi: la delicatezza impressionista e la profondità drammatica della luce caravaggesca.

In entrambi ritrovo l’idea che la luce non sia solo un elemento tecnico, ma una forza vitale capace di trasformare la materia e rivelarne l’anima.

Quali emozioni speri di suscitare negli osservatori delle tue opere?

Con la serie Mother and Nature desidero evocare una sensazione di delicatezza e forza insieme.
Vorrei che chi osserva le mie opere percepisse un’energia sottile, quasi primordiale, che appartiene sia alla natura sia al corpo femminile.

La donna in gravidanza vive uno stato di profonda fusione: con il proprio bambino, con il ritmo della vita, con gli elementi naturali. Il suo corpo segue movimenti ancestrali, come le onde del mare o il respiro della terra. In quel momento la separazione tra essere umano e natura si dissolve.

Attraverso la fotografia cerco di rendere eterno questo istante evanescente, di fissare un passaggio che altrimenti sarebbe perduto.
L’immagine diventa così una traccia, una memoria visiva di un’unione profonda, vitale, in continuo divenire.

C’è un messaggio particolare che cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

Il messaggio centrale del mio lavoro è la connessione.
Connessione tra corpo e natura, tra visibile e invisibile, tra ciò che siamo e ciò da cui proveniamo.

Nelle mie opere l’essere umano non domina il paesaggio, ma vi si integra, vi si abbandona.
Cerco di raccontare una condizione di fusione, in cui il corpo diventa parte dell’ambiente e la natura riflette stati emotivi, trasformazioni interiori, passaggi di vita.

Ogni immagine è un invito a rallentare, a osservare, a sentire.
Credo che l’arte, quando crea attenzione e ascolto, diventi anche uno strumento di benessere: ci riporta a una dimensione più naturale, più autentica, più umana.

Qual è il ruolo dell’imperfezione nella tua arte?

L’imperfezione è parte integrante del mio linguaggio visivo.
Utilizzo spesso il mosso, la sfocatura, l’indefinito come scelta consapevole: non cerco una rappresentazione statica o descrittiva, ma una sensazione.

L’immagine imperfetta, vibrante, richiama il movimento continuo della natura e della vita stessa.
È in quella mancanza di definizione che avviene la metamorfosi, che il corpo si confonde con il paesaggio e l’istante diventa eterno, pur restando fragile e transitorio.

 

Con il progetto Mother and Nature”, Serena esplora il delicato equilibrio tra maternità e natura, celebrando la forza e la fragilità della vita. Con questa serie ha partecipato alle mostre collettive Nude & Nature e Women Artists presso il Con/Temporary Space Santa Teresa di Torino, consolidando il suo approccio unico tra tradizione fotografica e innovazione digitale.

Le sue fotografie sono inoltre disponibili per l’acquisto online sul nostro portale, dove è possibile scoprire la sua produzione artistica e lasciarsi ispirare dal suo universo cliccando qui!